Come esprimi LA RABBIA? Non esistono solo 2 modi

Un paio di settimane fa ero in Seminario per l’esperienza del Cursillo (se non conoscete questa esperienza cercate un po’ su internet… se avete voglia di fare un’esperienza spirituale intensa e trasformante, può essere la scelta giusta!).

Era tardi, eravamo saliti nelle nostre camere da poco per andare a dormire, e nel corridoio c’erano un paio di persone che parlavano. Non che parlassero a voce alta, tutt’altro; il problema è che i corridoi del Seminario sono molto alti, e anche un piccolo rumore rimbomba e può disturbare chi ha il desiderio di riposare.

Al che ho pensato:

– Ora esco e gli dico che per favore la smettano, visto che avrei voglia di dormire.

È stato un attimo, un flash: una situazione simile l’ho vissuta almeno 1.000 volte, quando ero in Seminario a studiare teologia, e poteva succedere che qualcuno rimanesse in corridoio a parlare anche oltre l’orario permesso… anche perché la campanella del silenzio suonava alle 21,15, e ci poteva stare che a quell’ora si avesse ancora il desiderio di fare due parole.

In quel momento ho rivissuto dentro di me non soltanto la situazione, ma anche le emozioni che l’accompagnavano: un senso di rabbia per il desiderio di dormire e l’impossibilità di farlo a causa di chi stava parlando in corridoio…

In quei casi, mi sembrava che fossero due le scelte possibili:

  1. Me ne sto in camera e spero che smettano il più presto possibile… ma dentro di me continuo a provare rabbia perché ‘sti due pare che proprio non abbiano la minima intenzione di smetterla.
  2. Esco fuori e gliene dico quattro.

E per dirgliene quattro potevo scegliere due vie:

Ragazzi, è ora di dormire! => ovvero, richiamo ai principi del Seminario con l’implicita accusa: “Siete fuori norma, non state rispettando le regole!”, e si sa, quando uno si sente attaccato, poi gli viene naturale difendersi oppure attaccare a sua volta. Oppure:

Ragazzi, basta, uffa, vorrei dormire! => ovvero, atteggiamento lamentoso, anche questo con un tono che esprime accusa.

Gliene dico quattro. Ecco il punto: quando sentiamo rabbia, è perché sentiamo di avere un bisogno che non può essere soddisfatto; e spesso pensiamo che l’alternativa sia tra

  • esprimere la rabbia
  • reprimere la rabbia

Marshall Rosenberg ripeteva spesso che fin da bambini siamo stati educati a comunicare in modo violento, e che spesso vediamo la violenza (anche soltanto verbale) come unica possibilità di far valere i nostri diritti o di esprimere i nostri bisogni.

Ma è possibile che tutti noi cresciamo senza che nessuno ci spieghi e ci faccia sperimentare che può esistere un tipo diverso di comunicazione: una comunicazione non violenta, che non sia un attacco?

A quel punto (l’altra sera, non quando avevo 20 anni ed ero in Seminario!) ho fatto un respiro, e ho pensato che forse esiste un’altra via, una via non violenta.

E ho pensato: aspetto ancora 5 minuti, e se poi sento che continuano, esco fuori, e magari gli dico:

Ragazzi, scusatemi, sono stanco e avrei bisogno di dormire; qui anche 2 parole dette in corridoio rimbombano e si sentono anche se si è chiusi in camera. Se dovete ancora parlare, potreste per favore entrare in camera? Grazie mille, buonanotte.

Cosa cambia tra questo tipo di comunicazione e quello che tante volte ho messo in pratica quando ero seminarista?

  1. Mi sembra innanzitutto che, detta a questo modo, non sia un attacco.
  2. Esprimo un mio bisogno. È difficile che una persona di fronte ad un bisogno espresso dica: “No, non ti verrò incontro”.
  3. Non accuso richiamandomi a principi assoluti che inchioderebbero alla colpa, ma propongo costruttivamente una soluzione che soddisfi entrambi: sia il mio bisogno di riposare, sia il bisogno dell’altro di dormire
  4. Magari implicitamente farò capire all’altro che la regola del silenzio non è un qualcosa di astratto ed arbitrario, ma è anche per garantire una forma di rispetto verso l’altro e di attenzione ai suoi bisogni.

E comunque dopo qualche secondo le persone sono andate in camera, e dunque non c’è stato bisogno di dire nulla 🙂

Ecco dunque il compito della settimana: quando senti nascere dentro di te una forte rabbia per un tuo bisogno non riconosciuto, ricordati che le possibilità non sono soltanto due, esprimere la rabbia o reprimere la rabbia, ma che esiste una terza possibilità: esprimere i propri bisogni in modo non violento.


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